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La Diossina

I Fatti

Un anno fa, era il 13 febbraio del 2007, i vertici dell’Ilva furono
condannati in primo grado per inquinamento ambientale. Un processo
costruito faticosamente, vista la complessità della materia,
attraverso perizie e acquisizione di documenti. I pubblici ministeri
Franco Sebastio, procuratore aggiunto, e Alessio Coccioli, illustrarono
in una lunga e articolata requisitoria modalità e conseguenze
dei reati contestati all’imprenditore Emilio Riva e al
direttore dello stabilimento siderurgico tarantino Luigi Capogrosso.
Ieri il procuratore aggiunto Franco Sebastio, intervenuto durante il
dibattito insieme al sostituto procuratore Antonella Montanaro, ha
ricordato che quella requisitoria fu tenuta in un’aula vuota. Un
vuoto che ancora oggi pesa sulla coscienza di chi, accettando di
firmare un atto d’intesa che prevedeva il ritiro o la non costituzione
di parte civile da parte di Regione, Comune e Provincia nei
processi contro la grande industria, ha privato la città del diritto di
essere rappresentata e di chiedere un adeguato risarcimento per il
danno che ha subìto e che continua subìre.
Volendo fare i conti fino in fondo, Sebastio ha anche sottolineato
che il pool di magistrati impegnati nella lotta all’inquinamento si
costituì 30 anni fa e che la prima sentenza contro “una grande
industria” per sversamenti di sostanze tossiche in Mar Grande
risale al ’79, mentre la prima sentenza legata allo spargimento di
polveri provenienti da camini e parco minerali della stessa “grande
industria” è datata ’82.
A distanza di 26 anni anni da quel verdetto, tutto è drammaticamente
attuale, come se il tempo fosse passato invano. Sentenza
dopo sentenza, perizia dopo perizia, dibattimento dopo dibattimento,
perchè qui si parla di reati che si perpetuano nel tempo e
non danno tregua.
La platea e attenta e i magistrati affondano il colpo.
“Perchè nessuno viene a dare un’occhiata alle nostre perizie?”
Già, perchè ogni volta sembra che si debba ricominciare da zero
quando c’è chi da 30 anni è impegnato su questo fronte ed è riuscito
a dimostrare, superando indenne tre gradi di giudizio, che l’Ilva
inquina?
Su consulenze tecniche affidate a fior di periti che hanno hanno
clamorosamente smentito i dati forniti dagli organi istituzionali di
controllo si è soffermata la dott.ssa Montanaro la cui convinzione è
che solo attraverso una costruttiva opera di collaborazione si possano
raggiungere risultati di rilievo.
“Noi interveniamo quando il reato è già stato consumato e in più di
qualche occasione abbiamo percepito un clima non propriamente
favorevole nei nostri confronti”.
Può sembrare paradossale ma è così, perchè quando si palesa il
rischio che un giudice possa ordinare la chiusura di un impianto
dannoso per la salute pubblica qualcuno si affretta ad agitare lo
spauracchio dei posti di lavoro che si perdono in una città già
disperata.
Come se il diritto alla salute e alla vita fosse una merce di scambio,
da mettere sul piatto della bilancia nelle contrattazioni, magari non
al primo posto.
Una logica che finora ha creato solo guasti. Un chiaro segnale di
questa stato di cose è che su questo terreno le istituzioni, magistratura
da una parte enti locali, nazionali e regionali dall’altra,
hanno proceduto su binari paralleli, spesso molto distanti tra loro.
Forse è venuto il momento di farli convergere in una direzione
comune.
Luisa Campatelli
luisa.campatelli@corgiorno.it

DIOSSINA NEL LATTE A TALSANO
Maggio 2009 - Una masseria di Talsano e' stata sottoposta a vincolo sanitario dai tecnici della Asl dopo che sono state riscontrate tracce di diossina superiori al consentito nel latte prodotto dai capi di bestiame. La notizia è riportata dal Corriere del Giorno di Taranto. La masseria si trova nella frazione di Talsano, a dieci chilometri circa dall’Ilva e dalla zona industriale. Il vincolo sanitario riguarda 226 capi, suddivisi in 118 pecore, 68 capre adulte e 40 capre giovani per la riproduzione. Nel dicembre scorso – proprio perchè contaminati dalla diossina legata alle produzioni industriali e più specificamente alle emissioni dello stabilimento siderurgico – vennero abbattuti più di 1.100 capi di bestiame appartenenti a sette aziende zootecniche a ridosso dell’area industriale tarantina.

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